Abolizione dell’Articolo 18, in Bilico tra Tecnica ed Umanismo 17


C’è stato un tempo, neanche lontano, in cui la gente si divideva per opzioni politiche; poi la politica sembrò aver esaurito la sua spinta propulsiva, il suo anelito ideale, perché sopraffatta ed omologata dall’economia, nel senso che la politica ha preso a guardare all’economia per prendere le sue decisioni; ben presto, però, anche questa disciplina ha esaurito la sua missione di governo a tutto beneficio di una nuova scienza, la tecnica, apparentemente neutrale e, quindi oggettiva e giusta, in grado per sua natura di indicare più che la via, il binario lungo il quale può correre o rallentare il cammino dei popoli, fermo restando che qualunque deviazione si sarebbe ridotta ad un inesorabile deragliamento e conseguente fine corsa.

foto di Guido Giannini

Un tempo, quelli che detenevano i mezzi di produzione venivano chiamati padroni e quelli che lavoravano alle loro dipendenze salariati: i primi difendevano il loro ruolo ed i vantaggi che ne discendevano, mentre i secondi per circa un secolo tentavano di piantare sul terreno della competizione sociale un po’ di paletti, a salvaguardia dei loro interessi primari, ma anche, cosa spesso dimenticata, di rendere meno scivolosa e dolorosa la strada dei loro figli. La posta in gioco era chiara e non disturbava più di tanto neppure l’asprezza del conflitto: ognuno giocava la sua partita, conoscendo (e riconoscendo) la forza e le debolezze dell’avversario.

Oggi, tuttavia siamo nell’era della tecnica, non intesa come i tanti strumenti tecnici di cui pure disponiamo, ma come la forma più alta di razionalità in ogni settore; e tutto è cambiato. Si pensi, ad esempio, all’accordo stipulato in Italia fra tutte le diverse associazioni datoriali ed i sindacati dei lavoratori allo scopo di definire le stesse linee guida per lo di sviluppo del Paese. In pratica, datori di lavoro e lavoratori convengono implicitamente di essere sulla stessa barca, l’unica sulla quale è possibile raggiungere la sponda della comune salvezza. Le cose da fare cessano di essere un terreno di confronto, sul quale si scontrano interessi contrapposti, ma definiscono lo stesso percorso, il percorso della tecnica. Piccolo esempio, di certo non particolarmente significativo.

Si pensi, allora, alla determinazione con cui ci si adopera per ridurre il numero degli occupati nelle aziende private o nella macchina pubblica: la cosa viene accolta con grandissimo favore nei mercati, ma non v’è dubbio che anche fra i cittadini comuni l’idea di uno Stato più leggero (almeno in Italia) ha finito con l’assumere una valenza salvifica e positiva, quando non vendicativa nei confronti di lavoratori, ai quali si attribuisce il vantaggio della non licenziabilità. Sembra quasi che più diminuisce il lavoro e meglio stanno quanti conservano il proprio lavoro.

Siamo all’esplosione della follia collettiva, come ultimo frutto di una tecnica solo apparentemente fine a se stessa. Non sono un economista e, con ogni probabilità, non lo è neppure l’eventuale lettore, ma non riesco a capacitarmi come meno lavoro possa rendere più ricco un Paese che non possiede risorse naturali, come potrebbe essere ad esempio il petrolio, ma che, al contrario fonda proprio sul lavoro dei suoi cittadini ogni possibilità e speranza di sviluppo, al punto di aver ritenuto opportuno fissare addirittura nel primo articolo della Costituzione questo concetto.

La soluzione, spesso additata come principale soluzione, viene reiteratamente proposta come tecnica dagli organismi europei che non si fanno scrupolo di attribuirle un preciso carattere sinallagmatico: se volete che compriamo i vostri titoli del debito pubblico, evitando che il tasso d’interesse cresca a dismisura, dovete attuare un drastico ridimensionamento della macchina pubblica e rendere più flessibile l’uscita dal mondo del lavoro, cioè abrogare quella norma legislativa dello Statuto dei Lavoratori, che limita il licenziamento alla giusta causa o al giustificato motivo (peraltro, prevista solo per le aziende che abbiano un numero di dipendenti maggiore di quindici unità). Sia ricordato con buona pace dell’inesorabile ed ineffabile ministro Sacconi, che pure dovrebbe avere la stessa matrice culturale di Brodolini, padre dello Statuto: e pensare che una volta un ministro del Lavoro, Carlo Donat Cattin, democristiano, dichiarò orgogliosamente che, più che ministro del lavoro, lui sentiva di essere il ministro dei lavoratori.

Intendiamoci, non c’è in questa tesi un malvagio intendimento punitivo nei confronti dei lavoratori, ma l’idea, piuttosto discutibile, che, essendo l’azienda il motore economico di un Paese, bisogna in ogni modo agevolarne l’agilità e l’elasticità operativa, anche attraverso un’indiscriminata libertà di licenziamento. L’azienda, inseguendo il mercato, potrà licenziare liberamente in caso di flessione della domanda e questo favorirà alla fine (ma alla fine di che?) un sicuro aumento delle assunzioni, per effetto di una automatica ripresa del mercato. Si potrebbe a questo proposito eccepire, dati alla mano, che in Europa, dove questa misura è già in vigore, vagano come anime in pena oltre venti milioni di disoccupati e che altrettanto avviene negli Stati Uniti, senza che la ripresa si intraveda neppure come lontano orizzonte. Forse, già questo dovrebbe favorire qualche dubbio in più sull’efficacia della ricetta, ma, soprattutto, sulle cause effettive della malattia.

C’è una circostanza, tuttavia, della quale non riesco a capacitarmi da quando la BCE ha inviato il suo diktat: in quella famosa lettera, oltre alla necessità già ricordata di una maggiore elasticità per quanto attiene l’uscita dal mondo del lavoro, s’invitava il governo ad individuare delle forme di sostegno economico per i lavoratori licenziati. La formula non era puntualmente dettagliata, ma era del tutto evidente che si richiamava a modalità legislative di protezione sociale già presenti, e da molto  tempo in tutta Europa. Ebbene di questa parte della lettera in Italia non parla nessuno, ma proprio nessuno. Passi allora per l’eccellentissimo ministro Sacconi e per la sua dubbia matrice culturale, ma neppure la Sinistra sembra in alcun modo interessata, preferendo glissare elegantemente sull’argomento, magari per accapigliarsi con fervore sulla pseudo diatriba garantiti contro non garantiti ovvero giovani contro anziani. Che schifo.

Chi sarebbero oggi i garantiti? Quelli che hanno un posto di lavoro tutelato dall’art. 18 della legge 300/70, è ovvio, ed anche i maledetti pensionati, che non si decidono a morire. Che guadagnino, con la loro fatica, circa milleduecento euro o che vivano con una pensione sociale di circa cinquecento euro al mese non frega niente a nessuno. Gli uni e gli altri sono stati arbitrariamente inclusi in quella che già negli anni ’80 Peter Glotz e poi Ralf Dahrendorf chiamarono la “ società dei due terzi”, dove appunto i due terzi della società si alleano alle spalle dei più poveri, fra i quali rientrerebbero i giovani precari. Una crassa sciocchezza: questi ultimi, così come i loro padri con salari ignobili o i loro nonni pensionati sociali, vivono tutti ai margini della società, insieme agli inoccupati e a quelli che a quaranta o cinquant’anni perdono il posto di lavoro, esclusi, condannati all’emarginazione, “vite di scarto”, per dirla con Zygmunt Bauman.

I loro avversari, i loro nemici, non indossano l’uniforme generazionale, ma sono lorsignori, i componenti di tutte l’età delle infinite caste che pullulano nel Paese, gli evasori fiscali, quelli che hanno portato i soldi all’estero e che si sono avvalsi del più benevolo ed amoroso scudo fiscale europeo, quelli che hanno evitato il carcere grazie alla depenalizzazione del falso in bilancio, quelli che si sono avvalsi dei tanti condoni, altro che garantiti contro giovani. Basta con gl’imbrogli; è ora che si comprenda che la tecnica del risanamento è un inganno colossale, perché non serve al Paese, ma solo a fare in modo che quelli che detengono il potere, soprattutto economico, possano continuare tranquillamente sulla loro strada, anche se questo costerà l’esplosione del numero delle “vite di scarto”.

E’ ora che si comprenda che la vera causa della malattia non è la dimensione del debito pubblico (in Italia pressoché invariato negli ultimi anni) ma la voracità del capitale, vero dominus dei saltimbanco che fingono di governare. Perché il capitale, finché è stato possibile, ha speculato sui bassi salari, poi ha spinto, o meglio costretto, i salariati ad indebitarsi per mantenere i consumi ed infine si è trasformato in capitale finanziario per succhiare le ultime gocce di sangue, fingendo di affidarsi a neutrali misure tecniche. E’ ora che la politica riprenda il suo ruolo che è pur sempre quello di guidare le società e non di ubbidire a presunte formule oggettive dietro le quali si nascondono ben precisi interessi, perché la tecnica non è neutra, ma è lo strumento ambiguo utilizzato da una parte per continuare ad ingozzarsi a danno degli altri. E’ ora di comprendere che il soggetto della storia è pur sempre l’uomo e che la tecnica , quando ne è capace, è solo uno strumento per realizzare i fini dell’uomo; è ora di comprendere che il denaro non può essere il fine dell’uomo, ma deve tornare ad essere un mezzo per il raggiungimento dei suoi scopi; la tecnica sa come si fanno le cose, ma la politica ha il compito di decidere quali cose fare. E’ ora di tornare a quello che Heeidegger chiamava umanismo, cioè al primato dell’uomo.


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17 commenti su “Abolizione dell’Articolo 18, in Bilico tra Tecnica ed Umanismo

  • Giacomo Milazzo

    “Perché il capitale, finché è stato possibile, ha speculato sui bassi salari, poi ha spinto, o meglio costretto, i salariati ad indebitarsi per mantenere i consumi”…
    Ma è anche vero che se ricordo e confronto l’armadio dei vestiti che condividevano le mie due sorelle con quello che adesso condividono le mie due figlie provo un certo senso di rammarico e vergogna per essermi, come tanti, forse tutti, lasciato invischiare nel consumismo più sfrenato…

  • fma

    Ciao Eduardo, bentornato!
    Ti ho letto con attenzione e ti dico la mia.
    Tu dici:
    “… è ora di comprendere che il denaro non può essere il fine dell’uomo, ma deve tornare ad essere un mezzo per il raggiungimento dei suoi scopi; la tecnica sa come si fanno le cose, ma la politica ha il compito di decidere quali cose fare …”
    Sono d’accordo, purché chi fa Politica ricordi sempre che anch’essa ha dei limiti ben precisi.
    La Tecnica allo stato dell’arte sa fare alcune cose, non tutte. È tra quelle fattibili che la Politica deve scegliere. Ed è il primo limite.
    Tra le cose che la Tecnica sa fare, ce ne sono alcune che costano poco e altre che costano molto. La Politica può scegliere tra quelle compatibili con l’Economia che le fa sottostante. E’ il secondo limite.
    Tu come la pensi?
    Un abbraccio fraterno.

  • Django

    Il “problema” sono i mercati, divinità mostruose a cui vanno fatti sacrifici umani, come dice giustamente l’Autore in nome di un “alla fine” indeterminato ed indeterminabile. Bene, coalizziamoci ed abbattiamo il “problema”: è una creatura dell’uomo e come tale è smantellabile!

  • Django

    Vorrei tornare sul mio commento a questo importante articolo perché mi rendo conto che esso (il commento) può apparire banale e superficiale. I mercati, se ho capito la lezione di Pirenne, sono stati il motore della rinascita dopo un Medioevo asfittico e stagnante. I mercati ed i mercanti hanno rimesso in moto la circolazione delle merci e delle idee, avendo per tramite le persone. Questa spinta positiva è andata avanti fino alla modernità avanzata contribuendo con l’aumento del benessere diffuso anche al rifiuto ed all’abbandono di alcune forme di sfruttamento dell’uomo sull’uomo (fine delle schiavismo e più diritti per tutti). Però, come in ogni fenomeno di eutrofizzazione, superato un certo livello i mercati hanno cominciato a soffocare quelle stesse società che avevano beneficiato di loro. Molto spesso a giustificazione dei danni causati dal turbocapitalismo esso stesso viene difeso dai suoi attuatori come il sistema che più ha distribuito benessere negli ultimi 30 anni e quindi si ritiene “giustificato” dei suoi errori ed eccessi. Se però andiamo a considerare i danni a posteriori ci troviamo di fronte al tipico meccanismo delle droghe: a fronte di un senso di benessere sconfinato nel presente abbiamo danni irreparabili nel futuro. Non basta il bene prodotto dai mercati iperliberi a bilanciare cambiamenti conseguenti peggiorativi di cui non si intravvedono neanche i confini finali. E a questo vanno aggiunti i gravissimi danni, come segnala l’Autore, recati alle finalità stesse della convivenza umana. Se devo eseguire i calcoli per la costruzione di un ponte, devo tenere conto della forza di gravità, forza ineludibile e connaturata alle leggi del mondo fisico, ma se devo modificare i termini del convivere civile ed il benessere possibile degli esseri umani per tenere conto del “parere” dei mercati… sto tenendo conto di una dato artificiale e costruito dagli stessi umani, ovvero non fondamentale né ineludibile.

  • eduardo quercia

    Confesso di non aver compreso subito che i commenti all’articolo erano “contemporanei” e non rilasciati all’epoca piuttosto remota della originaria pubblicazione (31 ottobre 2011). Rileggendolo a distanza di 3 anni sono colpito in prima istanza sono colpito in prima istanza dal fatto che i voti dei senatori PD sono decisivi oggi per la realizzazione del progetto di Sacconi, che fu respinto all’epoca soprattutto per la loro strenua opposizione, svolta, peraltro, in una posizione di “minoranza”. (Immagino che proprio l’interesse a stigmatizzare “l’evoluzione” politica di quel partito abbia indotto “mentecritica” a riproporre oggi quell’articolo). Nel merito: ringrazio l’amico Djanko per l’ulteriore contributo, anche di natura storica, che arricchisce il dibattito presente nel suo secondo commento. Per quanto mi riguarda, concordo totalmente con il senso del suo primo commento, brevissimo, ma efficacissimo: sulla scia di Diego Fusaro, mi permetterei di ribadire anch’io che il “sistema” non è una calamità naturale, ma il frutto dell’opera dell’uomo e, in quanto tale, sempre modificabile. Vengo poi al caro, vecchio amico volteriano, del quale non finirò mai di apprezzare (tra l’altro) la straordinaria tecnica socratica nel porre domande, al punto di consentirmi il lusso di rispondere con una domanda: ma la “tecnica” è neutrale o le sistematizzazione parascientifica delle regole funzionali affinché una volontà predeterminata (in qualsiasi campo) possa trovare la sua più agevole affermazione? Con affetto (quello sacro di vecchi amici).

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