L’abitudine a un Moto Regolare
20 ottobre, 2008 di serpiko
Archiviato in Chiamiamola Economia, Meccanica delle Cose, Media Mente Critica
Il vecchio continente ha potuto offrire ai suoi cittadini una relativa stabilità per circa sessant’anni. Nella quantificazione cronologica sono stato largo, perché all’inizio di questo periodo si sono avuti anni poveri nei quali la speranza di miglioramento permetteva di sorvolare sulle reali condizioni di vita; così come alla fine stiamo avendo anni ricchi in cui le crepe strutturali del palazzo che abbiamo costruito non ci lasciano più dormire tranquilli. Insomma, non sono state tutte rose e fiori: ad alcune nazioni è andata meglio, ad altre decisamente peggio. Nel complesso, non ci si poteva lamentare.

Di fatto, il passato prossimo del verbo enunciato nel primo periodo non lascia molto spazio: questa fase è al crepuscolo.
Ne sta cominciando un’altra i cui tratti sono ancora foschi. Alcuni credono sia la curva calante di una sinusoide che di qui a “n” mesi potrebbe invertire la sua tendenza. Io credo che le sinusoidi possano invertire gradualmente la propria tendenza solo quando il loro trend minimo non conduce al malessere sociale. In quel caso finiscono per invertire comunque la loro tendenza, ma ben più bruscamente e solo dopo un ulteriore calo, verticale, dovuto a quelli che nei migliori casi chiamiamo “moti”, nei peggiori “guerre civili” o in situazioni davvero disastrose “rivoluzioni”.

Quanto sopra non vale per l’Italia. Forse noi non ci accorgeremo nemmeno degli eventi.
La nostra condizione attuale è quella di una nazione in corso d’aggressione da parte di altre più forti ed organizzate. Non è l’invasione che ci si aspetterebbe, a base di cingolati e mimetiche armate a prendere possesso del paese battaglia dopo battaglia; codesto tipo è cessato decenni fa e probabilmente non farà più parte del futuro di questi territori. Nondimeno si tratta un’invasione in piena regola.
E’ iniziata con la demolizione della nostra capacità critica, che ci ha portato a essere molli di fronte a provocazioni di inaccettabilità sempre più elevata, condotte gradualmente, ogni volta a testare il nuovo limite raggiungibile da quelle successive.
Sentivamo una sensazione di confusa disapprovazione ma non sapevamo organizzarci, reagire. Così oggi ci sembra quasi normale che i nostri deputati non siano eleggibili direttamente, che chi si macchia di reati fiscali non sia punibile penalmente, che i debiti di Alitalia vengano spalmati sulla collettività, che la giustizia possa avere tempi più lunghi di quelli biologici di chi vi si rivolge, che il governo prima di legiferare chieda l’approvazione del capo dello stato di un’altra nazione, che sanità e scuola stiano per essere completamente privatizzate.

La fregatura vera è che chi ha organizzato tutto questo non ha ben calcolato le congiunture esterne all’orticello nazionale, che stavano rapidamente concentrando poteri economici enormi in nazioni con altrettanti margini di crescita. Grazie alla poca lungimiranza di chi ha voluto cogliere per anni i frutti più succosi dai nostri rami, oggi queste nazioni se li stanno comprando. I frutti, i rami, l’albero tutto e perfino la sinusoide calante della nostra economia.
Non ce ne accorgeremo, dicevo, perché non sarà più un problema nostro. Apparterrà a qualcun altro, assieme a tutto il resto.
Tra poco apparirà in tv un volto sorridente a dirci che bisogna essere lieti di aver perso tutto, così non rimarrà più nient’altro da perdere. E tutti saranno felici.
Godiamoci quanto resta del nostro moto regolare.

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Non vorrei sembrare eccessivo, ma non ho una così alta stima della politica per poter pensare che abbiano organizzato tutto per tempo. Ma sicuramente è vero che gli italiani non hanno fatto quasi nulla per evitarlo, e nulla faranno per cambiare la situazione odierna e che si sta profilando. La gente si riempie spesso la bocca osannando il paese Italia come uno tra i migliori (siamo nel G8 e non si sa nemmeno il perché), ricordando le vite perse per creare lo stato dove oggi vivono (senza pensare che quelle persone si starebbero rivoltando nella tomba vedendo cosa è diventata l’Italia a cui hanno donato la vita, se ci fosse qualcosa dopo la morte).
L’Italia vive crogiolandosi nel passato e compatendosi del presente, proferendo benaltrismo ed ipocrisia, quando non un totale nonsense.
L’unica possibilità reale di cambiamento, come disse Gandhi, è lasciare che ogni tanto i bambini si brucino le dita. Forse c’è proprio bisogno di una grande depressione per ricordare quello che fece grande l’Italia.
Ammetto la mia colpa.
Il mio essere tra quelli che stancamente hanno accettato che tutto questo fosse. Accadesse. Come se oltre la punta del mio naso qualcun’altro potesse decidere per me. Come se certe azioni o certe scelte potessero non riguardarmi.
Ammetto la mia colpa. Forse non serve, ora.
Ma mi ricorderò.
la “forza” dei potenti sta nel pianificare per decenni: tanto sanno che sicuramente che da qui a 20 o a 60 anni ci sarà un figlio o un nipote a godere dei loro “sacrifici”.
la “debolezza” dei deboli sta nel non concepire neppure che i potenti pianifichino in tale modo le loro mosse.