Riprendere in mano, dopo un anno, il testamento spirituale dell’Abbé Pierre è una vera e propria boccata d’ossigeno nella procella di clericalismo in cui annaspa oggigiorno il cristianesimo occidentale, e segnatamente cattolico. La sua lezione, così meditata, antica e sempre attuale, suona oggi più che mai profetica. Dunque, riascoltiamola. E meditiamo. Lo scalpore suscitato dalle sue dichiarazioni in merito a sessualità dei preti, sacerdozio femminile e unioni gay era, infatti, il chiaro indizio d’una crisi. Di linguaggio, innanzi tutto; e, conseguentemente, di una cultura e di una sensibilità comuni. Queste ultime cominciano a vacillare con la reciproca incomprensione, a tutti i livelli. Le parole sono identiche, ma muta sensibilmente il loro significato, fino a esprimere concetti contrastanti l’uno con l’altro. La Babele del 2000 consiste appunto in questo “disancoramento verbale”. Anche la cultura cristiana è, dunque, defraudata del suo lessico. E qui sta il vero motivo delle reazioni, scomposte e inopportune, alle affermazioni del celebre cappuccino.
“Ho ceduto, qualche rara volta, al piacere sessuale, ma vi ho poi rinunciato per mantener fede al mio sacerdozio“. Cosa può trovare di scandaloso un cristiano in queste parole? Il fatto che siano pronunciate da un prete? Ma il prete è innanzi tutto un uomo. Un uomo che ha posto la sua vita alla sequela di Cristo (”Fossi stato sposato, non avrei potuto dedicarmi totalmente al mio ministero“, ha puntualizzato l’Abbé), e che, in Cristo, trova la forza di superarsi e di amare, attraverso lui, tutti gli uomini. Tuttavia il cammino non esime da rischi, non annulla l’umana debolezza. È un male? Di una cosa siamo sicuri: il difetto, il fallimento, il peccato sono anch’essi strumenti di Dio quando, col loro manifestarsi, testimoniano della nostra insufficienza, dei nostri lati oscuri. L’esperienza del peccato (il cui significato originario è appunto “mancanza”) impedisce a chi la prova la tentazione dell’autocompiacimento. “Credo esisteranno sempre preti con la vocazione al celibato“, ha detto ancora il frate. Con la sua confessione – dolorosa, immaginiamo – l’Abbé non ha insomma inteso negare il valore della castità in quanto tale; l’ha anzi riaffermato definendola “vocazione”. Si è solo domandato, alla luce della sua esperienza, se il celibato dei preti, divenuto norma solo nel Medioevo, possa essere imposto a tutti indistintamente in un contesto storico molto diverso; pensiamo al recente dibattito svoltosi al Sinodo dei vescovi, in cui si è presa in esame (per abbandonarla subito dopo, in verità) la possibilità dell’ordinazione di “viri probati”, uomini cioè che, pur sposati, possano far le veci dei sacerdoti almeno in determinate situazioni.
Si tratterebbe, oltretutto, di un ritorno alle origini del Cristianesimo; non va dimenticato che lo stesso Pietro, il primo Papa, era sposato, come la maggior parte degli Apostoli.
L’Abbé Pierre, quindi, ha parlato con umiltà e franchezza, ma soprattutto da vero cristiano; per questo, indipendentemente dal condividere o no le sue posizioni, chi si professa credente non dovrebbe provare alcuno scandalo, bensì interrogare la propria coscienza e le basi della propria fede.
Solo chi non comprende più il linguaggio del Vangelo può dunque aver confuso le sue asserzioni come una giustificazione del lassismo (magari con il volgare ammiccamento del “così fan tutti”). E a chi, come il costernato card. Tonini (il quale, a tal proposito, ha esclamato testualmente: “Mi è crollato un mito”), si angustia per la “confusione” arrecata tra il popolo di Dio, si potrebbe obiettare che il popolo di Dio è spesso più maturo e misericordioso dei suoi pastori e non dev’esser sempre tenuto in uno stato di “minorità spirituale”. È chiaro che il pastore deve dare il buon esempio. Ma è altrettanto chiaro che il pastore scelto da Dio è, evangelicamente parlando, “servo inutile”; anch’egli soggetto a cadute e bisognoso di comprensione e di correzione fraterna. L’Abbé avrebbe potuto tener nascosto questo suo segreto, o avrebbe potuto rivelarlo al suo confessore, come ha suggerito il card. Tonini. Forse sì, avrebbe potuto. Forse la sua decisione non è stata la migliore. Ma è stata senza dubbio la più onesta, la più ardita anche. Rivolgendosi idealmente a tutto il mondo, l’Abbé, uomo fra gli uomini e non rigida incarnazione d’una fede astratta e pura, ha dimostrato fiducia e ha rivolto un appello. E, chissà, una richiesta d’aiuto: agli uomini, a Dio; agli uomini in quanto figli di Dio.
Mentre assai più netto è stato il giudizio sull’ordinazione delle donne (”Penso si tratti principalmente di una questione di mentalità… Il sacerdozio femminile, inoltre, permetterebbe di risolvere in parte la crisi delle vocazioni e della penuria di preti“), si deve, a mio parere, porre sullo stesso livello la questione delle unioni omosessuali, da lui chiamate “alleanze” e non “patti”, forse per non dare al suo discorso una valenza politica, ma unicamente religiosa (”Suggerisco di parlare di ‘alleanze’ omosessuali e non di matrimoni, poiché ciò creerebbe un trauma e una destabilizzazione sociale forte“. L’Abbé ha rivelato di “comprendere” il desiderio delle coppie omosessuali “di veder riconosciuto il loro amore dalla società” e ha ricordato che “il suo segretario, il padre Peretti, ha contribuito a fondare l’associazione di omosessuali cristiani ‘David et Jonathan’“. Riguardo a tali questioni, il card. Tonini si è domandato quali titoli abbia l’Abbé per parlare in tale maniera”.
Noi potremmo contro-replicare a Tonini quali titoli abbia lui, e i suoi confratelli maschi, per legiferare sulla donna e decretare la sua perenne esclusione dal ministero sacerdotale. Sui gay è forse vero (e forse no) che l’Abbé “non ha titoli” per parlare. Può sbagliare, come ha sbagliato in passato per altre questioni importanti (si pensi allo sgradevolissimo equivoco sull’antisemitismo, poi rientrato, ma sempre doloroso). Certamente – e lo ha riconosciuto lo stesso Abbé – le coppie omosessuali dovrebbero dimostrare di saper garantire non solo a sé stesse, ma alla società intera quell’apporto di umanità, oblatività, rispetto dell’altro, serietà e stabilità richieste a qualsiasi coppia degna di questo nome. È possibile e, soprattutto, tali coppie desiderano realmente tutto ciò? Non lo sappiamo; sappiamo solo, come l’Abbé, che per apprezzare e (ri)vivere pienamente quella creatività affettiva offerta dal cristianesimo, senza rimanere impigliati nel rigido aut-aut coppia-astinenza occorrono un’educazione, un accompagnamento e un ascolto attenti al vissuto delle persone, siano esse omosessuali oppure no. In tal senso ci chiediamo perché il card. Tonini non abbia rivolto le stesse critiche a mons. Maggiolini, quando ha paragonato, e lo ha fatto in più di un’occasione, le unioni gay a quelle tra cavalli, precisando poi che si trattava di una “semplice battuta per designare relazioni prive di ogni valore”. Quali “titoli” aveva, mons. Maggiolini, per parlare in quel modo?
Per ora, restano le parole dell’Abbé Pierre. Parole umane, tremanti e fragili. Ma anche parole cristiane, tenere e vibranti. Parole da comprendere, non da violentare ai nostri capricci. Parole arcane e sublimi, dietro cui comunque s’intravvede una luce. Come recitava un antico santino: “Anche se Tu ti nascondi ai miei occhi, il mio cuore osserva il tuo spuntare da lontano”.
Che voto dai all’articolo? Clicca la stellina.
[ratings]
MenteCritica ha deciso di non usare nessuna forma di pubblicità per i suoi contenuti. Se questo sito ti piace, un modo concreto per sostenerci è diffondere la voce tra le persone che ritieni adatte a partecipare alla discussione. Puoi anche scrivere per noi. Te ne saremmo grati. Grazie.
|
|
|
|
|||||
| MC? |
Aiutaci |
Tu su MC |
Amici |
Contatti | Feed |
Fave |
Disclaimer |
Stampa questo Articolo









5 commenti
Feed ai commenti per questo articolo
Trackback link
http://www.mentecritica.net/abbe-pierre-quella-voce-che-gridava-nel-deserto/border-zone/daniela-tuscano/425/trackback/
11 Maggio, 2007 a 10:52
MaubrA
Onestamente non riesco ad esprimermi sul dovere o meno da parte degli “uomini della Chiesa” di sposarsi o meno, tantomeno sulla possibilità o meno di permettere alle donne di poter diventare preti. E’ certo che quest’ultima potrebbe sembrare una restrizione maschilista,come tutte quelle che abbiamo avuto fino ad ora e spesso continuamo ad avere. Forse il tempo risolverà la questione.
Per quantoriguarda gli omosessuali, sono d’accordo sul fatto che meritino rispetto… In quanto al matrimonio… Non vedo proprio come possano sposarsi due omosessuali… Mancano i presupposti del matrimonio cristiano. Tra i quali generare un figlio.
Ritornando al matrimonio dei preti posso dire che la solitudine è un male che distrugge. Conosco un prete in particolare che ha avuto una depressione che lo sta divorando… I tempi si fan sempre più duri per tutti. Nei tempi bui e della guerra (tempi abominevoli) almeno si sapeva contro cosa si lottava, oggi siamo divorati da altri mali a cui non riusciamo a dare un volto, una spiegazione e la vita passa senza che alle volta si riesca a far niente per viverla. Forse in due ci si rende cono un pò di più di dove si è e perchè si è al mondo, generando un figlio si provano emozioni nuove si cambia il punto di vista di molte cose. Forse negare ai preti il matrimonio è come negare una parte di felicità.
Credo che per riuscire a far del bene ci vogliano uomini molto più forti dello stereotipo comune. Una forza che è troppa per un uomo solo, soprattutto di questi tempi.
Una buona giornata a tutti ed uno splendido week-end
[Rispondi a questo commento]
11 Maggio, 2007 a 23:46
Demetrio De Sio
La castità è una scelta e un dono.
Imporla è condannare una persona che è portata verso una vita di fede profonda a negare parte di se stesso.
Quella che poi si rivela come “debolezza” non è altro che la normale natura umana a chiedere la sua parte.
Sarebbe ora che la Chiesa si preoccupasse meno di avere più preti (pescando magari dai gay che cerca di ghettizzare fuori, per attirare dentro) e di avere più sincerità e fedeltà al Vangelo.
Ne risulterebbero certamente meno persone represse, meno scandali, meno ipocrisie.
Hai detto una cosa che pochi cristiani credo che sappiano: il celibato non è un comandamento, ed esiste solo da mille anni circa.
Se lo sapessero tutti i cristiani, andrebbero a riempire piazza San Pietro urlando di piantarla con queste usanze retrograde medievali, che castrano gli uomini e mettono le donne ad un piano inferiore.
Ma queste cose non si dico…no.
[Rispondi a questo commento]
12 Maggio, 2007 a 0:39
liborio
Non la convince. Il pensiero di poter superare “la sclerotizzazione del dibattito” ormai incancrenito sul “piano dei diritti delle minoranze” e sulla presunta insuperabile dicotomia tra cultura laica e quella giudaico-cristiana proprio non la convince. Teme la sminuisca. Epperò la famiglia le piace, soprattutto ora che non è più quella di un tempo. Meno male, perchè ora arriviamo noi che possiamo curarla, pensa. Basta scioglierla un pò, renderla liquida quel tantino che basta. Mentre quelli che difendono la sua millenaria tradizione non vanno per niente bene. Paiono crudeli nei confronti dei meno fortunati, di chi elemosina una mostruosità giuridica per legittimare un sentimento individuale. Non pare carino, non è da veri cristiani l’esibizione arrogante di qualcosa che tiene da secoli. E sì che la menavano col fatto che una delle più antiche e serie regole dei laici è che lo stato non deve mettere il naso tra le lenzuola.Boh. E arrivava fin qui la parte grossa del suo ragionamento. Poi veniva la ciliegina. E la ciliegina era questa: è necessario discutere di nuovi modi di stare in relazione. Che non era niente male, se non fosse che si riproponeva di riordinare le idee di fronte al nuovo che è avanzato coll’aiuto dell’Abbé Pierre, il classico studioso di filosofia e teologia, nominato vicario con gli onori del conformismo del caso, deputato eletto votato all’ingerenza, il tutto condonabile allorquando all’ età di anni 93 confessa un rapporto sessuale con una donna dopo l’ordinazione. Sarà.
[Rispondi a questo commento]
12 Maggio, 2007 a 1:12
mstatus
Per il sacerdozio femminile riporto un link da Zenit.org: Dottoressa Solenni
Un caro saluto a tutti
[Rispondi a questo commento]
14 Maggio, 2007 a 1:00
marco il buono
@Maubra
il matrimonio cristiano sarà anche come dici tu ma lo stato in cui viviamo è laico (o dovrebbe esserlo), quindi i matrimoni sono fatti anche per chi i figli non puo averli, sterili compresi, e ci sono tanti etero sposati che non vogliono figli.
Inoltre se vogliamo restare in europa dobbiamo fare una legge sulle unioni omosessuali, altrimenti rimaniamo omofobi e razzisti.
[Rispondi a questo commento]