Ecco come gli Inglesi del The Guardian hanno Ricostruito la Vicenda di Genova 2001 39


Mancava poco a mezzanotte, quando il primo poliziotto colpì Mark Covell, abbattendo il manganello sulla sua spalla sinistra. Covell fece del suo meglio per gridare in italiano che era un giornalista ma, in pochi secondi, fu circondato da ufficiali della squadra antisommossa che lo colpirono con i loro bastoni. Per un po’ di tempo riuscì a rimanere sui suoi piedi, ma poi una bastonata al ginocchio lo spedì sul marciapiede.

Così comincia l’interessante articolo sulla sanguinosa battaglia di Genova pubblicato il 17/07/2008 dal Guardian in occasione della sentenza al processo sui soprusi e le violenze nella caserma di Bolzaneto. Qui di seguito ne trovate la traduzione completa.

A faccia in giù nel buio, ammaccato ed impaurito, sentiva le forze di polizia intorno a lui ammassarsi per attaccare la scuola Diaz Pertini dove 93 giovani manifestanti stavano dormendo sui pavimenti. Covell sperava che una volta iniziata l’irruzione dalle porte principali non avrebbero più fatto attenzione a lui. Se fosse accaduto lui avrebbe potuto attraversare la strada zoppicando per trovare rifugio nel centro di Indymedia, dove aveva trascorso gli ultimi tre giorni scrivendo articoli sul G8 e sulle violenze della polizia.

È stato in quel momento che un poliziotto gli saltò addosso e gli diede un calcio nel petto con tale forza che l’intero lato sinistro della sua gabbia toracica cedette, mezza dozzina di costole si fratturarono e le schegge penetrarono nel polmone sinistro. Covell, che è alto 1,73 mt. e piuttosto leggero, fu sollevato da terra e volò in mezzo alla strada. Sentì il poliziotto ridere. Un pensiero si formò nella mente di Covell: “Non ce la posso fare.”

La squadra antisommossa era ancora occupata con la porta, così un gruppo di agenti pensò di passare il tempo giocando a calcio con Covell. Questo incontro provocò la frattura della sua mano sinistra e danneggiò la colonna vertebrale. Da qualche parte dietro di lui, Covell sentì un poliziotto gridare che era abbastanza “Basta! Basta!” e sentì che trascinavano il suo corpo di nuovo sul marciapiede.

La squadra antisommossa era ancora occupata con la porta, così un gruppo di agenti pensò di passare il tempo giocando a calcio con Covell.

Un furgone blindato della polizia abbatté le porte della scuola e 150 agenti di polizia, la maggior parte dei quali indossava elmetti e portava manganelli e scudi, si riversò nell’edificio indifeso. Due agenti rimasero ad occuparsi di Covell: uno gli fratturò il cranio con il bastone, l’altro gli calciò ripetutamente in bocca rompendogli una dozzina di denti. Covell svenne.

Ci sono molte buone ragioni per cui non dobbiamo dimenticare ciò che accadde a Covell, che aveva allora 33 anni, quella notte a Genova. La prima è che questo episodio fu solo l’inizio. Entro la mezzanotte del 21 luglio 2001, gli agenti di polizia passarono attraverso tutti e quattro i piani del palazzo Diaz Pertini, dispensando la loro disciplina speciale agli occupanti, riducendo i dormitori di fortuna in ciò che un ufficiale in seguito descrisse come “una macelleria messicana”. Loro e i loro colleghi poi incarcerarono illegalmente le loro vittime in un centro di detenzione, che divenne un luogo di terrore.

La seconda è che, sette anni dopo, Covell e le altre vittime sono ancora in attesa di giustizia. Lunedi scorso 15 tra poliziotti, guardie carcerarie e sanitari sono finalmente stati condannati per aver partecipato alle violenze, anche se ieri è emerso che nessuno di loro sarà incarcerato. In Italia, gli imputati non vanno in prigione fino a quando non sia concluso il processo d’appello, e in questo caso le sentenze verranno cancellate il prossimo anno per superamento dei limiti di prescrizione. Nel frattempo, i politici che furono responsabili delle forze di polizia, delle guardie carcerarie e personale medico non hanno mai dovuto render conto di questi fatti. Domande fondamentali circa il motivo per cui questo è accaduto rimangono senza risposta, e questo ci porta al terzo e più importante motivo per ricordare Genova. Questo non è semplicemente la storia di poliziotti che reprimono una rivolta, ma c’è qualcosa di peggio e più preoccupante sotto la superficie.

Il fatto che questa storia possa essere raccontata testimonia sette anni di duro lavoro, sotto la guida coraggiosa del pubblico ministero incaricato Emilio Zucca. Aiutato da Covell e dal suo personale, Zucca ha raccolto centinaia di testimonianze e analizzato 5000 ore di filmati e migliaia di fotografie. Messi assieme essi raccontano una storia inconfutabile, che iniziò a svolgersi quando Covell restò sanguinante sul terreno.

Le forze di polizia irruppero nella scuola Diaz Pertini. Alcuni di loro gridarono “Black Bloc! Stiamo per ammazzarvi” ma se davvero essi credettero di trovarsi di fronte ai famosi Black Bloc, gli anarchici che causarono violenti tumulti in varie parti della città durante le manifestazioni della giornata, essi si sbagliarono. La scuola fu messa a disposizione dalla città di Genova come base per dimostranti che non avevano nulla a che vedere con gli anarchici; furono anche messe guardie per assicurarsi che nessuno di questi entrasse.

Uno dei primi a vedere la squadra antisommossa irrompere fu Michael Gieser, un economista belga di 35 anni che, come disse successivamente, aveva appena indossato il suo pigiama ed era in coda per il bagno con il suo spazzolino in mano quando il raid ebbe inizio. Gieser crede nella forza del dialogo e in un primo momento si diresse verso di loro dicendo: “Dobbiamo parlare.” Vedendo poi le giacche imbottite, i bastoni antisommossa, i caschi e i fazzoletti che coprivano le facce dei poliziotti cambiò idea e corse su per le scale per scappare.

Altri furono più lenti. Erano ancora nei loro sacchi a pelo. Un gruppo di 10 amici spagnoli nel mezzo della sala si svegliarono e si trovarono picchiati con bastoni. Essi alzarono le mani in segno di resa. Altri agenti si affollarono per picchiarli in testa, provocando loro tagli, ematomi e rottura degli arti, incluso il braccio di una signora di 65 anni. Su un lato della camera diversi giovani erano seduti ai computer, ed inviavano email a casa. Una di loro era Melanie Jonasch, 28 anni, una studentessa di archeologia a Berlino che si era offerta volontaria per dare una mano nell’edificio e non era nemmeno andata alla manifestazione.

Lei ancora riesce a ricordare ciò che accade. Ma numerosi altri testimoni hanno descritto come gli agenti la assalirono, picchiandola in testa così duramente con i loro bastoni che perse subito conoscenza. Quando cadde a terra, gli agenti la cricondarono, picchiando e prendendo a calci il suo corpo inerme, sbattendogli la testa contro un armadio nelle vicinanze, e lasciandola infine in un lago di sangue. Katherina Ottoway, che lo vide accadere, ricorda: “Tremava tutta. I suoi occhi erano aperti ma rovesciati. Pensai che stesse per morire, che non sarebbe sopravvissuta.”

Nessuno di quanti stavano al piano terra uscì indenne. Zucca scrive nella requisitoria: “Nel giro di pochi minuti, tutti gli occupanti del piano terra furono ridotti all’impotenza, i lamenti dei feriti si mescolarono con le richieste di chiamare le ambulanze.” Per la paura molte vittime persero il controllo e se la fecero addosso. Quindi i tutori della legge salirono su per le scale. Nel corridoio al primo piano trovarono un piccolo gruppo, tra cui Gieser che ancora stringeva il suo spazzolino: “Qualcuno suggerì di distendersi, per dimostrare che non avremmo opposto resistenza. Così feci. La polizia arrivò ed iniziò a picchiarci uno per uno. Mi protessi la testa con le mani. Pensai:’Devo sopravvivere.’ La gente stava gridando:’Per favore fermatevi.’ Io dissi la stessa cosa … Mi ha fatto pensare a un macelleria di maiali. Siamo stati trattati come animali, come maiali. ”

Mi ha fatto pensare a un macelleria di maiali. Siamo stati trattati come animali, come maiali. “

Gli agenti ruppero le porte delle stanze che davano sul corridoio. In una trovarono Dan McQuillan e Norman Blair, che arrivarono in aereo da Stansted per mostrare il loro sostegno in favore, come disse McQuillan, di “una società libera e giusta con persone che vivono in armonia gli uni con gli altri”. I due inglesi e il loro amico neozelandese, Sam Buchanan, avevano udito l’attacco della polizia al piano terra e cercarono di nascondere se stessi e i loro sacchi sotto alcuni tavoli in un angolo della stanza buia. Una decina di ufficiali irruppero e li scoprirono con le torce, e anche se McQuillan si alzò con le mani sollevate dicendo: “Calmi, calmi.” li martoriarono infliggendo loro numerosi tagli e lividi, e ruppero il polso di McQuillan. Norman Blair ricorda: “potevo sentire cattiveria e odio in loro.”

Gieser era fuori nel corridoio: “La scena intorno a me era coperta di sangue, ovunque. Un poliziotto gridò ‘Basta!’. Quella parola aprì un filo di speranza. Capii il suo significato. Ma essi non smisero. Continuarono con evidente soddisfazione. Alla fine si fermarono, ma fu come togliere un giocattolo ad un bambino contro la sua volontà.”

La scena intorno a me era coperta di sangue, ovunque. Un poliziotto gridò ‘Basta!’. Quella parola aprì un filo di speranza. Capii il suo significato. Ma essi non smisero.

A questo punto ci sono agenti di polizia su tutti i quattro piani dell’edificio che aggrediscono e picchiano. Molte vittime descrivono una violenza sistematica, per cui ogni agente picchiava ogni persona che incontrava, poi passava alla vittima successiva, mentre il suo collega continuava a picchiare la prima. Sembrava importante che tutti venissero feriti. Nicola Doherty, una assistente londinese di 26 anni, ha poi descritto come il suo compagno Richard Moth le si gettò sopra per proteggerla: “Potevo ascoltare i colpi sul suo corpo. La polizia si sporgeva sopra Rich in modo da poter colpire le parti del mio corpo che restavano esposte.” Quando cercò di coprirsi la testa con il braccio gli ruppero il polso.

In un corridoio ordinarono ad un gruppo di giovani uomini e donne di inginocchiarsi, in modo che fosse più facile colpirli sulla testa e sulle spalle. Qui fu dove Daniel Albrecht, ventunenne studente di violoncello di Berlino, fu colpito in testa così brutalmente che fu necessario un intervento chirurgico per arrestare l’emorragia al cervello. Intorno all’edificio gli agenti roteavano i manganelli, impugnando la parte terminale per usare l’impugnatura ad angolo come un martello.

In un corridoio ordinarono ad un gruppo di giovani uomini e donne di inginocchiarsi, in modo che fosse più facile colpirli sulla testa e sulle spalle.

E in mezzo a questa inarrestabile violenza, ci furono momenti in cui le forze di polizia preferirono l’umiliazione: un poliziotto si fermò a gambe larghe di fronte ad una donna inginocchiata e ferita, le spinse l’inguine in faccia prima di fare lo stesso con Daniel Albrecht inginocchiato accanto a lei; un agente interruppe le percosse, prese un coltello e tagliò i capelli alle sue vittime, tra cui Nicola Doherty; vi erano continui insulti urlati; un poliziotto chiese ad un gruppo se stavano bene e ad uno che disse “No” reagì dandogli un’altra razione di botte.

Alcuni sfuggirono, almeno per un poco. Karl Boro si rifugiò sul tetto, ma poi commise l’errore di tornare all’interno, dove gli causarono pesanti ematomi a braccia e gambe, una frattura al cranio, ed un’emorragia al torace. Jaraslaw Engel, polacco, riuscì ad uscire dalla scuola attraverso le impalcature, ma fu catturato in strada da alcuni agenti che lo colpirono sulla testa, lo sdraiarono sul terreno e si fermarono su di lui fumando mentre il sangue colava sull’asfalto.

Due tra gli ultimi ad essere catturati furono un paio di studenti tedeschi, Lena Zuhlke, 24 anni, e il suo compagno Niels Martensen. Si erano nascosti in un’armadio per le pulizie all’ultimo piano. Sentirono la polizia avvicinarsi, battendo i manganelli contro le pareti delle scale. La porta dell’armadio si aprì, Martensen fu trascinato fuori e picchiato da una dozzina di agenti disposti a semicerchio intorno a lui. Zuhlke corse in corridoio e si nascose in gabinetto. Alcuni agenti la videro, la inseguirono e la trascinarono fuori per i capelli.

Nel corridoio la puntarono come cani con una lepre. Fu colpita alla testa e presa a calci da tutti i lati sul pavimento, dove sentì la sua gabbia toracica collassare. Fu trasportata fino al muro dove un poliziotto le puntò il ginocchio all’inguine, mentre altri continuavano ad assalirla con i manganelli. Lei scivolò lungo il muro e continuarono a colpirla a terra: “Sembrava che si stessero divertendo, quando ho gridato di dolore, la cosa sembrò dare loro ancora più piacere.”

Alcuni agenti di polizia trovarono un estintore e spruzzarono schiuma sulle ferite di Martensen. La sua compagna fu sollevata per i capelli e gettata giù per le scale a testa sotto. Infine trascinarono Zuhlke nella sala al piano terra, dove avevano radunato decine di prigionieri provenienti da tutto l’edificio in un caos di sangue e di escrementi. La gettarono sopra ad altre due persone. Non si muovevano, e Zuhlke chiese loro se fossero vivi. Essi non risposero, e lei rimase distesa sulla schiena, incapace di muovere il braccio destro e di fermare gli spasmi al braccio sinistro e alle gambe, mentre il sangue le usciva dalle ferite alla testa. Passava un gruppo di agenti, ed ognuno di loro sollevò il fazzoletto che gli nascondeva il volto, e si chinò a sputarle in faccia.

Alcuni agenti di polizia trovarono un estintore e spruzzarono schiuma sulle ferite di Martensen. La sua compagna fu sollevata per i capelli e gettata giù per le scale a testa sotto

Perché i tutori dell’ordine si comportarono con tale disprezzo per la legge? La risposta più semplice può essere quella cantata al di fuori dell’edificio scolastico dai manifestanti i quali scelsero una parola che sapevano la polizia avrebbe capito: “Bastardi! Bastardi!” Ma qualcos’altro accadde qui, qualcosa che emerse più chiaramente nel corso dei giorni successivi.
Covell e decine di altre vittime dei raid furono ricoverati all’ospedale San Martino, dove agenti di polizia passeggiavano per i corridoi, battendo i manganelli sulle palme delle mani, ordinando ai feriti di non muoversi o guardare fuori dalla finestra, tenendo molti di loro ammanettati ed inviandoli, spesso con ferite ancora non curate, attraverso la città a raggiungere numerosi compagni, provenienti dalla scuola Diaz e dalle dimostrazioni, detenuti presso il centro di detenzione di Bolzaneto.

I segnali di qualcosa di brutto apparirono prima in modo superficiale. Alcuni agenti avevano canzoni fasciste come suonerie sul loro telefono cellulare e parlavano con entusiasmo di Mussolini e Pinochet. Più volte, essi ordinarono ai prigionieri di dire “Viva il duce”. A volte usarono le minacce per costringerli a cantare canzoni fasciste oppure: “Un, due, tre. Viva Pinochet!”

La 222 persone trattenute a Bolzaneto sono state trattate con metodi più tardi descritta dai pubblici ministeri come tortura. All’arrivo furono marcati con croci a pennarello su ogni guancia, e molti sono stati costretti a camminare tra due file di agenti che li colpivano con calci e bastonate. La maggior parte sono stati ammassati in grandi celle, contenenti fino a 30 persone. Qui furono costretti a stare in piedi per lunghi periodi di fronte al muro con le mani in alto e le gambe divaricate. Quelli che non riuscivano a mantenere la posizione erano sgridati, schiaffeggiato e percossi. Mohammed Tabach ha una gamba artificiale e quando, incapace di tenere la stressante posizione, crollò fu ricompensato con due spruzzate di spray al pepe nel volto e, più tardi, con un pestaggio particolarmente feroce. Norman Blair ricorda che stava in quella posizione quando una guardia gli chiese “Chi ti governa?” “La persona prima di me aveva risposto ‘la polizia’, e così dissi lo stesso. Avevo paura di essere picchiato”.

Stefan Bauer ebbe il coraggio di reagire: quando una guardia gli chiese in tedesco da dove proveniva, egli disse di appartenere all’Unione europea e che aveva il diritto di andare dove voleva. Fu portato all’esterno, picchiato, gli fu spruzzato spray al pepe in pieno volto, venne spogliato nudo e messo sotto una doccia fredda. I suoi vestiti furono portati via e fu riportato nella cella fredda indossando solo un leggero camice da ospedale.

Ai detenuti tremanti sui freddi pavimenti di marmo delle celle furono date poche coperte o nessuna, furono tenuti svegli dalle guardie, fu dato loro poco o nessun cibo e negato loro il diritto di fare telefonate e vedere un avvocato. Essi potevano sentire pianti e urla provenienti dalle altre celle.

A uomini e donne con capelli alla rasta questi vennero tagliati in modo grossolano. Marco Bistacchia fu portato in un ufficio, spogliato nudo, fatto mettere a quattro zampe e gli fu ordinato di abbaiare come un cane e gridare “Viva la polizia italiana!” Egli era troppo singhiozzante per obbedire. Un anonimo agente ha detto al quotidiano italiano La Repubblica che aveva visto altri agenti urinare su prigionieri e picchiarli perchè si rifiutavano di cantare Faccetta Nera, una canzone dell’era di Mussolini.

Marco Bistacchia fu portato in un ufficio, spogliato nudo, fatto mettere a quattro zampe e gli fu ordinato di abbaiare come un cane e gridare “Viva la polizia italiana!”

Ester Percivati, una giovane turca, ricorda che le guardie la chiamavano puttana mentre veniva condotta in bagno, dove un agente donna le spinse la testa in giù nella tazza e un maschio la derideva:”Bel culo! Vuoi che ti ci infili un manganello?” Diverse donne raccontarono di minacce di stupro, sia anale che vaginale.

Anche l’infermeria era pericolosa. A Richard Moth, riempito di tagli e lividi mentre proteggeva la sua compagna, furono dati punti sulla testa e sulle gambe senza anestesia “un’esperienza estremamente dolorosa e molesta. Hanno dovuto tenermi fermo.” Tra i condannati per abusi Lunedi scorso troviamo anche personale medico.

Tutti concordano che questo non non fu un tentativo di far parlare i detenuti, ma si cercò semplicemente di creare paura. E funzionò. Nelle testimonianze i detenuti descrivono il loro senso di impotenza, di essere tagliati fuori dal resto del mondo in un luogo senza leggi ne regole. Infatti la polizia obbligò i prigionieri a firmare dichiarazioni di rinuncia tutti i loro diritti legali. Un uomo, David Larroquelle, testimoniò di essersi rifiutato ed ebbe tre costole rotte. Percivati anche si rifiutò, e gli sbatterono la faccia contro il muro, rompendogli gli occhiali e facendogli sanguinare il naso.

Al mondo esterno fu data un’immagine molto distorta di tutto questo. Mentre era all’ospedale San Martino il giorno dopo i pestaggi, Covell si sentì scrollare la spalla da una donna che capì essere dell’ambasciata Britannica. Fu solo quando un uomo iniziò a prendere fotografie che egli realizzò che era una reporter del Daily Mail. In prima pagina il giorno successivo fu pubblicato un falso articolo in cui lui venne descritto come uno degli organizzatori dei disordini. (Quattro anni più tardi, Il Mail sì è poi scusato pagando a Covell un risarcimento danni per violazione della privacy.)

Mentre i suoi cittadini erano malmenati e torturati in stato di detenzione illegale, il portavoce dell’allora Primo Ministro Tony Blair dichiarava: “La polizia italiana ha avuto un difficile compito. Il primo ministro ritiene che l’abbiano portato a termine.”

La stessa polizia italiana alimentò i mezzi di informazione con una dieta ricca di menzogne. Mentre i corpi sanguinanti venivano portati fuori dall’edificio della Diaz Pertini sulla barelle, la polizia raccontava ai giornalisti che le ambulanze schierate in strada non avevano niente a che fare con il raid, e/o che le ferite, palesemente fresche erano vecchie, oppure che l’edificio fu trovato pieno di estremisti violenti che attaccarono i poliziotti.

Il giorno successivo, alcuni ufficiali tennero una conferenza stampa durante la quale annunciarono che chiunque era stato trovato nell’edificio sarebbe stato accusato di resistenza all’arresto e cospirazione per causare distruzioni. Successivamente i tribunali respinsero ogni singolo addebito nei confronti di ogni singola persona. Incluso Covell. La polizia lo accusò di una serie di gravi reati descritti dal pubblico ministero Enrico Zucca come “grotteschi”.

Nella stessa conferenza stampa la polizia mostrò alcune delle cosiddette armi ritrovate. Vi erano piedi di porco, martelli e chiodi che essi stessi avevano preso da un cantiere vicino alla scuola; strutture di zaini in alluminio, che furono presentate come armi offensive, 17 telecamere, 13 paia di occhiali da nuoto, 10 coltellini tascabili e una bottiglia di lozione Sun-Tan. Mostrarono inoltre due bottiglie molotov che, come Zucca poi concluse, furono precedentemente trovate dalla polizia in un’altra parte della città e portate nell’edificio della Diaz Pertini a raid concluso.

La disonestà pubblica fu parte di un più ampio sforzo per coprire ciò che era accaduto. Nella notte del raid, un gruppo di 59 poliziotti entrò nell’edificio di fronte alla Diaz Pertini, dove Covell e altri avevano organizzato il centro di Indymedia e dove, soprattutto, un gruppo di avvocati stava raccogliendo prove sugli attacchi delle forze di polizia durante le precedenti dimostrazioni. I poliziotti entrarono nella stanza degli avvocati, minacciarono gli occupanti, ruppero i loro computer e sequestrarono i dischi fissi. Portarono via anche qualsiasi cosa contenesse materiale fotografico o video.

I poliziotti entrarono nella stanza degli avvocati, minacciarono gli occupanti, ruppero i loro computer e sequestrarono i dischi fissi.

Anche se i giudici si rifiutarono di condannare i detenuti, la polizia ottenne per tutti l’espulsione dal paese, e l’interdizione all’ingresso per un periodo di cinque anni. Così, i testimoni sono stati eliminati dalla scena. Come le iniziali accuse, anche tutti gli ordini di espulsione sono stati successivamente respinti dai tribunali in quanto illegali.

Zucca combattè la sua battaglia per anni, tra negazioni e offuscamenti. Nella sua relazione ufficiale, ha constatato come tutti gli alti ufficiali negarono qualsiasi coinvolgimento: “Non vi fu un singolo ufficiale che confessò di aver avuto un qualche ruolo di comando in ogni aspetto dell’operazione.” Un alto funzionario che è stato filmato sul luogo spiegò che egli era a riposo ed era intervenuto solo per assicurarsi che i suoi uomini non fossero stati feriti. Le testimonianze dei poliziotti furono mutevoli e contraddittorie, e sono state ampiamente contraddette dall’evidenza delle vittime e dei numerosi filmati: “Nemmeno uno dei 150 agenti presenti ha fornito informazioni precise riguardanti un singolo episodio.”

Senza Zucca, senza la forte posizione dei giudici italiani, senza il grosso lavoro di montaggio di filmati dei raid Diaz fatto da Covell, la polizia avrebbe eluso le proprie responsabilità ed ottenuto false accuse e pene detentive nei confronti di molte delle loro vittime. A parte il processo Bolzaneto che è finito il Lunedi, 28 altri ufficiali, sono sotto processo per il loro ruolo nel raid alla Diaz. E nonostante tutto, giustizia non è stata fatta.

Nessun politico italiano è stato coinvolto, nonostante la forte impressione che la polizia agì come se qualcuno avesse garantito loro l’impunità. Un ministro visitò Bolzaneto mentre i detenuti venivano maltrattati e apparentemente non vide nulla, o almeno nulla che lui pensava dovesse cessare. Un altro, Gianfranco Fini, ex segretario nazionale del partito neo-fascista MSI e successivamente Vice Primo Ministro, è stato, secondo quanto pubblicato dai media al momento, nella sede centrale di polizia. Non gli è mai stato richiesto di spiegare che ordini diede.

Un ministro visitò Bolzaneto mentre i detenuti venivano maltrattati e apparentemente non vide nulla, o almeno nulla che lui pensava dovesse cessare.

La maggior parte delle diverse centinaia di agenti di polizia coinvolti nella Diaz e Bolzaneto sono usciti senza alcuna condanna disciplinare o penale. Nessuno è stato sospeso; alcuni sono stati promossi. Nessuno degli agenti che erano a Bolzaneto è stato accusato di tortura: la legge italiana non riconosce questo reato. Alcuni alti ufficiali che furono inizialmente accusati per il raid alla Diaz sfuggirono al processo perché Zucca non fu semplicemente in grado di dimostrare l’esistenza di una catena di comando. Anche ora il processo ai 28 agenti accusati è in pericolo perché il primo ministro, Silvio Berlusconi tenta attraverso leggi apposite di ritardare tutti i processi che si occupano di eventi verificatisi prima del giugno 2002. Nessuno è stato accusato per le violenze inflitte a Covell. E come disse Massimo Pastore, uno degli avvocati vittime vittime delle violenze: “Nessuno vuole ascoltare ciò che questa storia insegna.”

tortura: la legge italiana non riconosce questo reato.

Questa storia ci parla di fascismo. Secondo molte voci le forze di polizia, i carabinieri e il personale carcerario appartenevano a gruppi fascisti, ma non c’è nessuna prova a sostegno. Pastore sostiene che manca il punto principale: “Non è solo una questione di pochi fascisti ubriachi. Questo è un comportamento di massa da parte della polizia. Nessuno disse ‘No’. Si tratta di cultura fascista.” In sostanza questo ha comportato ciò che Zucca descrisse nella sua relazione come “una situazione in cui ogni diritto legale sembrò essere stato sospeso.”

Cinquantadue giorni dopo l’attacco alla scuola Diaz, 19 uomini utilizzarono aerei carichi di passeggeri come bombe volanti e mutarono le ipotesi fondamentali su cui le democrazie occidentali avevano basato i propri commerci. Da allora politici che non avrebbero mai descritto se stessi come i fascisti hanno consentito intercettazioni telefoniche di massa e la sorveglianza della posta elettronica, la detenzione senza processo, la tortura sistematica, la sparizione dei detenuti, un numero illimitato di arresti domiciliari e le uccisioni mirate di indagati, mentre la procedura di estradizione è stata sostituita dalla “extraordinary rendition“. Questo non è il fascismo di dittatori militari con la bava alla bocca. È il pragmatismo di politici esperti. Ma il risultato appare molto simile. Genova ci dice che quando lo Stato si sente minacciato, il diritto legale può essere sospeso. Ovunque.
Nick Davies
The Guardian, Articolo pubblicato Giovedì 17 Luglio 2008


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39 commenti su “Ecco come gli Inglesi del The Guardian hanno Ricostruito la Vicenda di Genova 2001

  • Adetrax

    Non si possono aggiungere commenti al racconto, ma solo pensieri affinchè questo non accada più.

    Genova ci dice che quando lo Stato si sente minacciato, il diritto legale può essere sospeso. Ovunque.

    Cioè quando uno stato è gestito da disonesti che simulano incapacità, allora risponde così.

    Io credo che quello di picchiare a caso dei manifestanti di notte sia stata una cosa voluta e dico voluta perchè penso che fossero proprio loro l’obiettivo da colpire.

    Nel fondo della mia mente ci sono i seguenti sospetti:

    1) i Bad Block sono o un gruppo o di mentecatti o di persone pagate e/o indirizzate per vie traverse da chi desidera questo tipo di “incidenti”; mi sono sempre chiesto perchè durante gli atti vandalici nessuno ha chiamato la polizia e identificato il vandalo (sarebbe bastato uno spruzzo di vernice);

    2) le cosiddette cariche di polizia che ho visto durante il giorno mi sono sembrate inutili e inefficaci, forse gestite male ad arte per preparare quello che poi è successo;

    3) io non credo che tutti gli agenti di quella squadra speciale fossero “puliti” quella sera, certi comportamenti così ciechi e violenti non si ottengono senza qualche droga mescalina;

    4) io non credo che nessuno abbia capito che quelli non erano bad block (e anche se lo fossero stati, non avrebbero assolutamente potuto trattarli così);

    5) chi ha detto che quelli erano bad block ? L’unico che è stato condannato ? Dubito fortemente.

    6) la sporca dozzina che ha fatto il lavoro ha violato tutte le regole interne ed esterne della polizia e dello stato; in questi casi non dovrebbe esistere la prescrizione del reato, altrimenti assumere semi-delinquenti nella polizia diventerà una pericolosa abitudine alternativa al recultamento politico.

    E per me non si è trattato di tortura: la tortura è altra cosa, questa era violenza e delinquenza pura.

    Su tutto il resto stendo un velo pietoso, non voglio sapere qual’è l’estrazione sociale e la provenienza di questi agenti e soprattutto di chi li comandava con metodi cileni, ma non voglio assolutamente dimenticare.

    • luminal

      Io sono stata in quei giorni a Genova, avevo 20 anni e per molto tempo non ho partecipato ad altre manifestazioni.
      Mi sono messa in salvo per caso, ho bussato a un citofono chiedendo aiuto quando ci furono le cariche sul lungomare, e una signora anziana ci accolse e ci nascose, ma così fecero tutte le famiglie di quel condominio, nonostante i poliziotti andassero su e giù per le scale o devastavano i bar dove si erano rifugiati altri. La popolazione di Genova è stata fantastica, ci hanno letteralmente salvato la vita, sul lungomare c’erano centinaia di poliziotti con maschere antigas, decine di camionette, che sparavano dai tetti delle jeep dei razzi carichi di gas che colpivano direttamente il sistema nervoso e facevano contorcere le persone colpite come in preda a una crisi epilettica. Molti di loro hanno avuto danni permanenti, alcuni hanno contratto tumori. Devo ringraziare i Genovesi se sto ancora bene.
      Da allora ho capito cosa potesse essere la democrazia in Italia. Prima di allora ero una ragazzina spensierata, che non si interessava di politica e fu per così dire “trascinata” a Genova da amici un pò più grandi, che mi convinsero a venire promettendomi una bella vacanza al mare, il concerto dei Manu Chao e altro… Non mi aspettavo di trovarmi in un tale incubo. Dal quale, fortunosamente, sono uscita indenne.
      Inoltre, i cosiddetti “black block” (o bad block come li chiami tu, non cambia molto), che con gli anarchici non avevano proprio nulla di che spartire (io stavo in corteo proprio fra gli anarchici), ci attaccarono indiscriminatamente (anarchici compresi) prima dei poliziotti, perchè avevamo tentati di fermarli e di isolarli: qualche giorno prima, alcuni avevano visto questi loschi figuri vestiti di nero (che in realtà erano bande di neofascisti o altri “cani sciolti” di destra) aggirarsi davanti alle caserme di polizia. Infatti, nessuno di loro è stato condannato, nè sono stati bloccati alle frontiere. fra di loro, poi si sono ritrovati dei ragazzini incoscienti, che insieme ai “casseurs” francesi, si divertivano a frantumare vetrine. Infatti loro sono stati presi, processati e pesantemente condannati. Una “casseur” ha avuto addirittura una condanna a 22 anni, accusata di aver “diretto” la sommossa, una condanna superiore a quelle rilasciate per omicidio di primo grado, pedofilia o omicidio con stupro, superiore a quanto è stata condannata sia la Franzoni, che Erika ed Omar, o vari capicamorra, stragisti neofascisti o pedofili omicidi. Questo grazie a delle leggi mai abrogate sull’associazione sovversiva e sull’insurrezione armata. Mentre i macellai della Diaz e di Bolzaneto sono tuttora a piede libero, molti sono in servizio e qualcuno è stato anche promosso.

      • Adetrax

        “bad block” è una mia definizione personale per i black block, a forza di pensarla mi è uscita direttamente sulla tastiera.

        … questi loschi figuri vestiti di nero …

        grazie della conferma, quando si pensa male chissà perchè non è mai abbastanza.

      • Comandante Nebbia

        Dovresti trovare il tempo di scrivere la tua testimonianza con maggiore dettaglio e attenzione.
        Dopo i primi interventi un po’ a spiovere, ti stai dimostrando persona interessante e di ottima esposizione.
        Considerata la tua età, mostri ottime prospettive.
        Complimenti.

        • luminal

          Comandante, lo farò, ma credo proprio che mi stai sopravvalutando… 😳
          sarò cambita dopo Genova, ma sono sempre la stessa ragazzina petulante e logorroica che son sempre stata.
          Se ti interessa, la mia testimonianza, confusa come questa, ma forse più completa, si trova affogata nel (vecchio) sito di Indymedia assieme a quelle delle persone del CSA depistaggio che erano insieme a me. Purtroppo (o per fortuna…) non ci siam portati dietro videocamere, ma qualche foto la abbiamo scattata: dammi il tempo di rintracciarla….

  • Cambiamo Pianeta

    Ho letto l’articolo su l’Internazionale del 24/7/2008…agghiacciante!!
    Sono stato assalito simultaneamente da due sensazioni opposte: una rabbia cieca ed una profonda impotenza!!
    Com’è possibile che a fronte della mostruosità di quanto è accaduto lo Stato, nelle vesti della magistratura, abbia reagito in maniera così pallida e vergognosa?

  • simona_rm

    Io non c’ero a Genova. Ero davanti la TV e le immagini che passavano erano tagliate ad arte, per far sembrare i manifestanti TUTTI Black B, per quanto mi riguarda non ci sono riusciti. Non ho mai creduto all’innocenza delle ns Beneamate Forze dell’ordine. Mai.
    Non dimenticherò le “pareti” della scuola Diaz…tutto quel sangue!
    Non dimentico. Che possa consolare qualcuno di quelli che NON avrà giustizia…che possa togliere il sonno a tutti i condannati “di Bolzaneto” che non faranno un giorno di prigione. La rete moltiplicherà all’infinito i vostri nomi. Circoleranno per tanti anni ancora e quello che avete fatto vi sopravviverà. BRAVI. Vi siete guadagnati l’immortalità…..

    Mi permetto queto link, lui c’era.

    http://leonardo.blogspot.com/2008/07/passa-la-storia-fai-ciao-con-la-manina.html

    • Adetrax

      Ero davanti la TV e le immagini che passavano erano tagliate ad arte, per far sembrare i manifestanti TUTTI Black B

      Si, la tendenza era quella, però faceva un po’ di impressione vedere certe scene vandaliche riprese in diretta con tanto di spettatori senza che ci fosse una reazione più decisa degli astanti; cioè sembrava che fossero tutti d’accordo: i cameramen, i black block di turno e quelli che gli stavano attorno.

      • simona_rm

        i BB c’erano senza dubbio, erano stupidi, inferociti ed armati di qualunque cosa. A vederli massacrare lampioni e bancomat -senza motivo- veniva voglio di strozzarli, ma se tu fossi stato lì, lo avresti fatto? Io non ne avrei avuto la forza, neanche in gruppo.

      • luminal

        Almeno per quel che mi ricordo, sul lungomare la polizia fece un cordone attorno ai cameramen, e ai BB stessi. I BB menavano solo i manifestanti, non altri.

  • jimmi

    Da oggi anche Carta riporta la traduzione dell’articolo. Non mi risulta che altri media abbiano anche solo menzionato l’articolo del giornale inglese, e questa è forse per noi la lezione più amara. Teniamoci stretti MenteCritica, Carta e le poche voci libere che ci rimangono 😉

      • simona_rm

        scusa se ho linkato 2v la stessa cosa. Ma ho visto che il commento non compariva e ho pensato di aver pasticciato con l’invio.
        Superlavoro su MC stasera, eh?

    • Cambiamo Pianeta

      Ehm, come dicevo nel mio precedente commento (che nessuno ahimè si è preso la briga di leggere…) su l’Internazionale di Venerdì 24/7/2008 c’era esattamente la traduzione riportata nel presene post…comunque sì, nessuno dei “grandi” si è preso la briga di dirla tutta la verità su una delle peggiori faccende nella storia della nostra disastrata repubblica.

  • Saint Just

    Genova è stato una caso di “Stato d’Emergenza” in cui si è persa ogni forma di legalità: ma credete ancora che la DEMOCRAZIA sia una bella chiesa in cui tutti devono essere felici e contenti?
    Chi governa decide sui governati! Semplice! Così nelle monarchie come nelle oligarchie, che nelle democrazie! Aristotele diceva che nessuna forma di governo è migliore delle altre: dipende da come vengono gestite!

    In Italia la democrazia viene gestita bene?

    La definizione “notte cilena” mi sembra molto appropriata: esse (in Cile) furono guidate e gestite dagli USA, altra super-potenza della DEMOCRAZIA!

    Meditateci su…

  • Doxaliber

    Proprio uguale riga per riga? Ovviamente trattandosi di traduzioni la somiglianza è molto elevata. Non credo che l’Internazionale abbia copiato a piè pari la traduzione di Jimmi.

  • CICCIO

    Quando il lupo diventa agnello. La storia reale…Genova messa a ferro e fuoco da gruppi di manifestanti-delinquenti. Poi gli eccessi da parte delle forze dell’ordine sono purtroppo la tragica conseguenza. Ma accusare solo le forze dell’ordine è comodo… tanto non possono difendersi e se osano farlo vengono accusate di essere dei massacratori. Quindi quando si parla di un episodio od evento bisogna inquandrarlo nel suo integrale contesto.

    • Francesca

      Scusami forse hai bisogno di rileggerti (o leggerti) la traduzione dell’articolo in cui sono riportate le testimonianze.
      Se fossi stato casualmente al posto di uno di quei ragazzi, forse non parleresti così ora.

      La Polizia ha la sua colpa, ma qualcuno ha dato loro le disposizioni su come, dove, cosa fare e come comportarsi. Anche se non credo che le disposizioni fossero state farcite con insulti, canzoni stile “faccetta nera” ecc..
      Loro sono stati il braccio.

      E comunque nessuno pagherà.

    • luminal

      Puoi dire quel che vuoi, ma quello che ho assistito CON I MIEI OCCHI non me lo dimenticherò mai.
      Ho visto tanto, ma tanto, tanto sangue, gente contorcersi in preda a convulsioni, altri crollare in terra, colpi che partivano da ogni dove e io pensavo davvero di morire… pensavo che avessero fatto centinaia di morti, solo da quello che ho potuto vedere.
      E né te, né nessun altro, mi potrà convincere del contrario. Solo perché ho visto.

  • ilBuonPeppe

    Solo qualche ragionamento (dopo aver vomitato):
    – se 15 persone sono state condannate per quei crimini, vuol dire che i crimini sono stati commessi, e che quanto riportato dalle vittime è vero
    – che 15 persone possano aver fatto quel macello senza che le centinaia di altri agenti presenti li abbiano fermati non è possibile, quindi erano tutti d’accordo
    – se nessun altro è stato condannato probabilmente è causato dall’impossibilità di identificare ogni singolo agente e di attribuirgli con precisione la diretta responsabilità dei singoli fatti (la responsabilità penale è sempre personale)
    – che si sia trattato di eventi sporadici, casuali o isolati è del tutto improbabile visto il numero delle vittime e la sistematicità degli abusi, per cui c’è un preciso disegno a monte di tutto
    – la presenza di Fini in questura assegna una precisa e diretta responsabilità politica al governo, che evidentemente ha pianificato e diretto tutta l’operazione

    Ovviamente non aggiungo nulla di nuovo, ma io parto sempre dal principio che le sentenze non si possono criticare o applaudire a piacere, in base alle convenienze del momento.
    Nessuno pagherà, nè tra gli esecutori nè tra i mandanti, e questo andrà ad aggiungersi alla lunga lista delle stragi italiche rimaste impunite; anche se qui i colpevoli sono noti.

    • Alessio in Asia

      Non posso che quotare in pieno quanto scritto da IlBuonBeppe!

      “”
      Solo qualche ragionamento (dopo aver vomitato):
      – se 15 persone sono state condannate per quei crimini, vuol dire che i crimini sono stati commessi, e che quanto riportato dalle vittime è vero
      – che 15 persone possano aver fatto quel macello senza che le centinaia di altri agenti presenti li abbiano fermati non è possibile, quindi erano tutti d’accordo
      – se nessun altro è stato condannato probabilmente è causato dall’impossibilità di identificare ogni singolo agente e di attribuirgli con precisione la diretta responsabilità dei singoli fatti (la responsabilità penale è sempre personale)
      – che si sia trattato di eventi sporadici, casuali o isolati è del tutto improbabile visto il numero delle vittime e la sistematicità degli abusi, per cui c’è un preciso disegno a monte di tutto
      – la presenza di Fini in questura assegna una precisa e diretta responsabilità politica al governo, che evidentemente ha pianificato e diretto tutta l’operazione

      Ovviamente non aggiungo nulla di nuovo, ma io parto sempre dal principio che le sentenze non si possono criticare o applaudire a piacere, in base alle convenienze del momento.
      Nessuno pagherà, nè tra gli esecutori nè tra i mandanti, e questo andrà ad aggiungersi alla lunga lista delle stragi italiche rimaste impunite; anche se qui i colpevoli sono noti.””

  • Francesca

    Io non credo ai Black Block.
    Credo siano gruppi organizzati ad arte per questi casi.

    La conclusione dell’articolo è micidiale.
    In pratica, potrà risuccedere.

    • Carlo Fronteddu

      Esistono, esistono e sono irrimediabilmente stupidi, talmente stupidi da essere pericolosi per se stessi e gli altri, ma sono talmente pochi da essere invisibili. Hanno la caratteristica di essere talmente estremi a sinistra che hanno fatto il giro e si sono ritrovati dall’altra parte. Durante l’occupazione dell’università di Bologna dell’ottobre 2005 ebbi l’occasione di conoscerne parecchi, alcuni di loro poi avevano una forte influenza su chi nell’occupazione si occupava della gestione. Tanto è vero che nel cineforum organizzato nell’aula di economia venne mandato in onda un filmato realizzato da loro sulle loro gesta al G8, la più fascista delle accozzaglie di filosofia, citazioni a cazzo, musiche di propaganda etc. Questi idioti avevano addirittura degli sbandieratori che fa tanto militare e li utilizzarono per fare coreografie simil-nazionalsocialiste. Quel filmato fù per me uno shock, per la sua eroicizzazione di quei pecoroni che pensavano che spaccare vetrine fosse un modo decente di istigare alla rivoluzione, le musiche epiche poi, erano poste per enfatizzare le azioni più idiote e controproducenti. Pareva fatto dal nipotino di Goebbels.
      Esistono eccome.

      • Francesca

        Non ho messo in dubbio la loro esistenza.
        Ma si tratta di gruppetti, non di organizzazioni.
        Di certo non sono la maggioranza in questo tipo di manifestazioni.

        E quindi la Polizia (patrocinati dal Governo) usa la violenza verso tutti con la scusa di colpire 4 (o 20, o 50 o 100) deficienti.
        Sono il loro capro espiatorio insomma.
        “Fatta ad arte” intendevo dire questo.
        Perchè una cosa del genere è successa sono in Italia?
        Chiediamocelo.

        • Carlo Fronteddu

          Esatto, la cosa più assurda è che la Digos in mezzo a loro ha vita piuttosto facile, come è accaduto a Genova, che in mezzo a sti bimbi viziati da troppa televisione si infiltravano con facilità e con facilità riuscivano a far casino e a dirigerlo come volevano, non escluderei per questo motivo, che alcuni dei “capi” black block facciano questo per mestiere di eversività, con disposizioni precise e guidate dall’altro.

          • Francesca

            per carità, meglio due volte che nessuna! :mrgreen:
            E poi sicuramente tu l’hai scritto meglio.

          • luminal

            >>Perchè una cosa del genere è successa sono in Italia?
            >>Chiediamocelo.

            Perchè in altre nazioni questi brutti ceffi non solo vengono isolati, ma non viene loro permesso di entrare nelle manifestazioni. Da noi ci sono tante testedikz che si fanno trascinare da questi deficienti, e naturalmente sono proprio loro ad essere presi.
            Secondo, perchè non hanno grandi coperture da parte della polizia fuori dall’Italia: magari la polizia userà lì altri metodi, sicuramente meno rozzi ma non per questo meno efficaci.

      • luminal

        Anzitutto, sono dei gruppi militarmente organizzati.
        Anche io ho letto qualcosa sui loro siti, e i loro principi sono basati su una rigida gerarchia, una suddivisione maniacale di compiti, su un sistema di premi e punizioni, su una leadership che deriva direttamente dalla loro attitudine militare.
        Si ispirano a Ezra Pound, a Talkien, a Julius Evola, a Lamarck, a Jean Piaget e ai cognitivisti. Impropriamente chiamati “anarchici” ma essi stessi ne sono l’esatta negazione, per loro stessa dichiarazione: il termine “anarchico” viene da loro stessi usato come dispregiativo. L’unico legame che possono avere con un qualsivoglia movimento “antagonista” o di “sinistra” è dovuta alle loro origini: essi nascono da una scissione avvenuta in seno ai neoluddisti, e successivamente sono confluiti frange estreme di “casseurs” francesi, neodarwinisti e persino transfughi di “terza posizione”, “giovane europa”, sharp, redskin e altri skinheads vari. Credo che questo possa bastare a qualificarli quello che i realtà sono: una massa di neofascisti e neonazi militarmente organizzata, coeva alle forze dell’ordine e magari anche finanziata da chissà quale lobby.

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