A Long Cold Winter


Ho maturato una convinzione personale molto solida e voglio discuterla con quelli, tra voi, che vorranno farlo. Secondo ciò che vedo, l’idea di Europa come soggetto politico, se pure mai esistita realmente, è prossima alla fine. E quando parlo di prossima alla fine immagino un orizzonte temporale che non supera i cinque/sette anni perché il fenomeno diventi completamente evidente ed operativo.
So che dovrei giustificare un’affermazione come questa, esporre dati, teorie socio economiche a supporto, riferirmi a fatti concreti, ma questa non è una “lucida analisi” di quelle che si possono leggere sul Financial Times o su Il Sole Ventiquattr’ore. Questa è una visione che deriva dall’esperienza, da quella capacità di prevenire il pericolo che mi ha salvato la pelle nei miei lunghi anni di servizio. Per ora mi limito a mostrarvi lo slide show che allego a questo post dove alle immagini di bambini profughi avvolti nella bandiera europea, accolti da applausi in Austria, Germania e Gran Bretagna del settembre 2015, si contrappone la realtà di oggi, appena due anni dopo. In ogni caso, non voglio convincervi. Se pensate che questa sia una grossa sciocchezza, smettete di leggere qui e scusatemi per avervi fatto perdere tempo.

Questa convinzione mi provoca un forte disappunto perché per me, nato nell’era delle grandi divisioni in blocchi contrapposti, l’idea di un continente culturalmente omogeneo e senza confini era la concretizzazione di una speranza ideale, un seme piantato per il futuro di mia figlia.
Ora mi rendo conto che, ancora una volta, i residui di idealismo che ancora compromettono la mia lucidità, mi hanno impedito di comprendere fino in fondo quanto male questo progetto sia stato portato avanti e quali frizioni abbia creato il fatto di aver fallito un’impresa storica colossale come questa.

La divergenza di interessi, sempre presente dalla nascita dell’unione, ha impedito decisioni condivise sulla crisi finanziaria, sul fenomeno epocale della migrazione, sulla politica estera. Per questo, quel che resta del sogno Europa, è solo il terrore di dover gestire il risveglio che, prima o poi, inevitabilmente arriverà.
All’Europa hanno creduto pochi idealisti e tutti gli approfittatori che ne hanno ricavato lucro creando un enorme mercato continentale dove il profitto rimane sovranazionale e la tassazione si rifugia nelle legislazioni più compiacenti. Il vero sogno realizzato è stato quello di chi vive collettivizzando l’onere e privatizzando il vantaggio.

Se ciò che immagino si verificherà nei tempi che ho stimato, si tratterà di una cosa che impatterà le nostre vite con una forza immane. Nella tempesta che si avvierà lentamente, ma sempre più inesorabilmente, solo i sistemi sociali più solidi, le nazioni meglio amministrate, i popoli che sapranno rimanere coesi potranno resistere alla successione di eventi che si paventano all’orizzonte. Come in ogni naufragio che si rispetti, saranno la fermezza del comando, la disciplina e le ben collaudate procedure a portare in salvo il maggior numero di naufraghi. Chi è imbarcato sul bastimento sbagliato correrà seriamente il rischio di affogare o rimanere schiacciato nel fuggi fuggi generale.

In uno scenario come questo, le battaglie di retroguardia che sta mettendo in campo la politica italiana, tutte concentrate su un orizzonte temporale a poche settimane, per l’arrocco a difesa di posizione di privilegio e senza nessun piano strutturale che non sia il solito refrain del ponte sullo stretto di Messina, in uno scenario generale di disfacimento delle strutture pubbliche strozzate tra assistenzialismo e dissipazione delle entrate, si orientano verso la declinazione più lugubre della disfatta.

Chi può, passi il confine. Non è detto che l’attuale libertà di spostamento duri a lungo. Chi non può, si attrezzi. Dopo la calda estate, io sento arrivare un lungo e gelido inverno.


Informazioni su Comandante Nebbia

Sono stato un uomo mediocre. Ho avuto mille paure segrete e le ho tenute nascoste sotto una coltre di ruvida violenza. Ho camminato a caso e qualche volta mi sono fermato quando non dovevo. Ho muti rimpianti, una rabbiosa rassegnazione e vivo di severi silenzi.
Ho amato i pigri pomeriggi d’estate, le stanze ombrose con gli scuri abbassati e i giorni cupi dell’inverno più freddo, quando il cielo grigio minacciava pioggia e i primi lampi squarciavano l’orizzonte.