Attenzione, su Mentecritica scrivono diversi autori. "79 Giorni all’Apocalisse: Il Socialismo è la Via" è stato scritto da Eduardo Quercia
Con l’approdo al Senato della manovra è facilmente prevedibile che il dibattito (non solo fra senatori, ma anche fra media e persino sulla rete) si avviterà intorno al grado di equità/iniquità della stessa. Tutti noi saremo indotti da bravi, quanto improvvisati ed improbabili medici, a discettare sulla composizione chimica del farmaco prescelto e sulle controindicazioni, assumendo come verità rivelata che la diagnosi della malattia sia effettivamente giusta o, almeno, convincente.
A questo proposito bisogna onestamente convenire che sulla diagnosi non si è sviluppato un confronto serrato (scarsa la partecipazione ed i contributi degli economisti con maggiore autonomia di pensiero, in gran parte ancora impegnati con secchiello e rastrello), per cui è diventata meinstream la tesi che riporta la genesi della malattia all’entità del debito pubblico (rectius, del rapporto fra debito pubblico e PIL). Questa tesi, ancorché saldamente ancorata a dati numerici non contestabili, sembra pienamente convincente per quanto riguarda l’Italia e la Grecia (dove quei rapporti risultano poco sostenibili per una sana economia), ma insufficiente a dar conto della spaventosa globalità della crisi, che coinvolge anche Paesi con rapporti sicuramente più virtuosi.

Quindi, prima ancora di ragionare sull’equità della manovra, sarebbe opportuno cercare di comprendere meglio quale è la genesi della malattia, non per avidità scientifica, ma proprio per evitare di somministrare medicine inutili e dannose, se non addirittura letali. Anche perché sulla cosiddetta libera informazione del web si va facendo strada l’idea complottistica dei poteri forti internazionali, che, a mio giudizio, ci porta completamente fuori strada.
Proviamo, per un attimo, a non pensare a Illuminati, al NWO, al WTO, alle Banche (Centrali e non), agli speculatori di ogni ordine e grado, tutti argomenti veri e concreti, ma rientranti, a mio avviso, nel capitolo delle risposte (sbagliate, esattamente come la manovra) piuttosto che nelle cause.Da cosa nasce la crisi mondiale? Domanda, di per sé, capziosa, anzi fuorviante nel suo stesso presupposto e, conseguentemente, foriera di risposte errate. Non c’è una crisi mondiale, ma una crisi dell’Occidente: diversi miliardi di individui, nostri conterricoli, guardano al futuro senza le nostre angosce, anzi con la speranza (forse la convinzione) di essersi inseriti in un processo ricco di buone prospettive (e ciò malgrado il loro tenore di vita e di diritti sia, generalmente, ancora molto inferiore al nostro).
Mi domando: è così stravagante rendersi conto che (lo dico rozzamente) viviamo sulla Terra in un sistema, la cui tendenza di fondo è quella dei vasi comunicanti? (E’ così difficile rendersi conto, per dirne un’altra, che fra non molto bisognerà spartire anche col continente nero o crediamo davvero che ce la siamo cavata con la furbizia del leghista di turno?)
Se partiamo da questo presupposto, che mi sembra un dato reale (intendo la tumultuosa crescita dei consumi in una parte non “occidentale” del mondo, a fronte di un incremento di produzioni complessivamente molto minore) è giusto che facciamo ritornare in scena quei soggetti che abbiamo volutamente accantonato nella prima parte dell’analisi (analisi sommaria, perché tiene fuori bizzarramente un terzo importantissimo attore, che chiameremo con non poca approssimazione, mondo islamico).
Ebbene, in estrema e paradossale sintesi, quei soggetti di cui sopra hanno tentato disperatamente di rallentare (resto alla metafora dei vasi comunicanti) la fuoriuscita del liquido dal vaso dell’Occidente, nel senso che non potendo aumentare per svariati ed ovvi motivi la ricchezza reale dei paesi di appartenenza, ne hanno aumentato quella fittizia, “valorizzando” carta e scommesse (derivati, swap, subprime e via dicendo), avendo cura (ma questo è scontato) di ritagliare per se stessi tutta la ricchezza reale possibile.
Come si diceva una volta, ogni bel gioco dura poco, nel senso che il giocattolo si è rotto (o sta per rompersi, non saprei). E non oso chiedermi a cosa andremo incontro, anche perché ricordo bene la parabola delle tigri del sud-est asiatico e so che gli scenari ipotizzabili possono essere persino più penosi. E anche senza andare tanto lontano sono abbastanza vecchio per aver conosciuto tempi in cui contadini e bestie abitavano gli stessi ambienti e quelli che appartenevano al ceto medio avevano cura di tagliare i fogli di giornale in approssimativi quadrati (ma anche rettangoli) per utilizzarli come carta igienica.
Tempi nei quali i diritti erano certo meno numerosi dei doveri, dove gli uni e gli altri venivano trasmessi innanzitutto dalla famiglia, povera o ricca che fosse, ma sempre primo anello di congiunzione fra l’individuo e la società (per chi fosse interessato, si rimanda all’acuto ed elegante saggio di Aniello Montano sul tema della “famiglia, portato storico nelle incertezze della modernità disincantata”). E’ proprio dalla modernità disincantata e dal disorientamento che l’accompagna che nasce e si sviluppa il bisogno di “affidarsi all’intensità delle emozioni del presente, non nutrendo più fiducia in una ragione pura” e quella disperata ricerca dell’appagamento di ogni desiderio, originario o indotto, che ha portato al trionfo del più sfrenato individualismo e del suo corollario di egoismo totalizzante.
Mai come oggi il nodo che congiunge il singolo alla società sembra essersi allentato, quasi sul punto di sciogliersi. Agli occhi di ciascuno di noi la famiglia, gli amici, il comune, lo Stato sembrano aver perso la loro autonoma identità e si siano ridotti a mera funzione dei nostri bisogni o meglio ancora dei nostri interessi, attraverso un processo logico serenamente distorsivo, che ha abrogato nelle nostre coscienze il patto sociale fondativo del nostro vivere in comunità.
Di fatto, sono questi gli occhi con cui guardiamo anche la manovra e con i quali ne giudichiamo l’equità, per cui finisce puntualmente con l’apparirci iniqua ogni misura che colpisce il nostro patrimonio o più semplicemente i nostri interessi, anche futuri; sostanzialmente equa quella che afferisce il patrimonio o gl’interessi degli altri. Ma, è bene ribadirlo, prima ancora dell’equità, è pregiudiziale valutarne l’utilità e l’efficacia.
In questa prospettiva, se le considerazioni accennate sulla genesi della crisi hanno fondamento, mi sembra del tutto evidente che le misure poste in essere non abbiano alcuna possibilità reale di invertire il processo di declino e, forse, di disfacimento del nostro Paese: esse potranno al massimo servire a rallentarne il decorso, giusto per il tempo necessario a mettere in piedi altre misure ancora più sanguinose per i cittadini, a partire, come sempre, da quelli più anemici.
Prepariamoci: una classe politica composta essenzialmente da miserabili mestieranti e da sanguisughe, il cui unico merito è quello di saper mistificare con la cialtroneria più faconda il loro pauroso vuoto d’idee, si misurerà in realtà sulla capacità di mantenere qualche rendita di posizione per se stessi e per quelli che, a torto o a ragione, ritengono essere i loro elettori. Alla fine concorderanno tutti sulla necessità di rilanciare la crescita per riaggiustare i conti nella maniera apparentemente meno dolorosa, senza ovviamente indicare (ad impossibilia, nemo tenetur) quali misure adottare per raggiungere lo scopo.
E via, tutto il Paese a discutere di equità e di crescita, senza rendersi minimamente conto che l’unica crescita di cui ha senso parlare è quella dell’inganno e della stupidità. Non solo la povera Italia, ma tutto l’Occidente, inteso nel suo complesso e non come singoli stati (all’interno dei quali qualche eccezione è, sia pure temporaneamente, possibile) non è assolutamente in grado di crescere, atteso che la globalizzazione senza regole lo ha reso inesorabilmente incapace di contrastare la concorrenza di Paesi, dove il costo della manodopera e quello dei diritti, individuali e collettivi, è di gran lunga più basso.
Senza riprendere la metafora dei vasi comunicanti, della quale ho già abusato, è del tutto evidente che è qui la chiave di un riequilibrio mondiale dei rapporti economici (e di forze) che ci vede e ci vedrà, alle condizioni date, sicuramente cedenti. Il cosiddetto braccio di ferro è una prova di forza che poggia su regole semplici, ma spietate, sia quando viene affrontato sul piano internazionale fra i diversi Paesi, sia quando viene teorizzato ed applicato ossessivamente come sistema per regolare i rapporti fra i cittadini di un singolo Stato.
Secondo me l’unica possibilità concreta per difendere il Paese (e l’Occidente) nella contingenza storica passa attraverso l’adozione (ohibò) di misure che richiamino in qualche modo principi socialisti. Un’ipotesi, forse poco più di una suggestione, che esige sicuramente un contributo molto più vasto di quello che sarebbe lecito fornire in questa sede, il cui intendimento era esplicitamente quello di avviare un’analisi, quanto meno libera dai laccioli delle tradizionali forze politiche. Quello della proposta è un piano sul quale sarà necessario tornare quanto prima, almeno fra quelli che, condividendo la sostanza dell’analisi, sono disposti ad avventurarsi su un terreno inesplorato, dove l’unica certezza è quella di muoversi con libertà ed onestà, intellettuale e politica.

Analisi condivisibile ma, secondo me, incompleta.
Il problema dello squilibrio tra le varie parti del mondo è reale e va senz’altro affrontato. Ma se anche lo elimini e riporti i vasi comunicanti in equilibrio, il caos attuale rimane, forse solo un poco attenuato.
E’ tutto il sistema che abbiamo costruito (e che senz’altro si basa anche, ma non solo, sullo squilibrio di cui sopra) che non funziona e che sta implodendo.
Lo sfruttamento del terzo mondo è solo una delle variabili su cui tutto si regge.
Incompleta? Va bene, proviamo a completarla (ovviamente con altri articoli).
mi trovo d’accordo, ottima base.
cito “l’incompletezza” solo come uno spunto per continuare, partendo dall’ultimo paragrafo, solido trampolino.
Riferire la crisi ai disequilibri conseguenti ai paesi emergenti, significa vedere il problema da una prospettiva fuorviante. E’ come se si addebitasse la crisi economica di una famiglia alla richiesta di aumento della colf, in ogni caso sottopagata ! Non è possibile fingere di ignorare il problema della SOVRANITA’ MONETARIA, del signoraggio bancario primario e secondario e dell’ancora più tossica finanza sui derivati e sugli indici: la moltiplicazione del rischio. I tentativi di salvataggio delle banche sono solo un gigantesco ed inutile spreco di risorse pubbliche che hanno già ipotecato il futuro. Le banche andrebbero nazionalizzate (espropriazione!), a cominciare dalle banche centrali, e i banchieri e i politici loro complici andrebbero processati per crimini finanziari, alto tradimento e genocidio !
Mi sembrava di aver formulato un’analisi un po’ più complessa ed articolata: evidentemente non sono stato capace di esprimermi con chiarezza. Me ne farò una ragione.