28 marzo


Il mio fronte meridionale è caduto e forse dovrei iniziare questa pagina parlando del dolore che provoca la morte, ma non voglio farlo perché la morte è una cosa miserabile e non merita tanta soddisfazione. Parlerò allora di coraggio, onore, amore, rispetto, senso del dovere e forza perché in questo, che è uno dei passaggi più lunghi e più duri della mia vita, ho bisogno di vederne la parte più nobile che pure esiste e non è possibile negare.

Ho preteso di essere io a chiudere la bara di mio padre perché quando un figlio seppellisce un genitore non può e non deve limitarsi a staccare un assegno. E quando, insieme agli uomini del servizio funebre, ho poggiato il coperchio di legno pesante, prima che la luce smettesse per sempre di illuminare quel viso stanco che ho tanto temuto e amato, ho trattenuto ogni emozione perché sono sicuro che lui avrebbe voluto che io facessi così. E l’ho fatto. Poi, uno alla volta, ho infilato le viti nel coperchio e ho usato l’avvitatore per spingerle dentro come faccio quando aggiusto qualcosa. Da lui ho imparato che l’indipendenza è un valore e bisogna sapere aggiustare le cose. Una non è voluta entrare. Il vano del legno era troppo largo e non ha fatto presa. Così l’ho sfilata e me la sono messa in tasca. E’ l’unico oggetto che ho voluto tenere di lui.

Peppe credo che non abbia nemmeno la quinta elementare. Ha sposato mia cugina. Insieme hanno avuto un bambino che, per colpa di un parto disgraziato, da oltre venti anni è a letto incapace di parlare e muoversi. Senza l’assillo della gravità è diventato un perticone fragile come un grosso uccello i cui piedi magri spuntano fuori dal materasso. Quel ragazzo per la medicina è poco più di un vegetale eppure, nella sua vita elementare, esprime affetto, amore e spesso gioia. Peppe e mia cugina se ne sono presi cura, vivendo di stenti e dello scarso salario che riuscivano a mettere insieme. Loro due, persone semplici, non hanno mai derogato un dovere che sentivano istintivo. Mio padre, nei primi anni di vita del bambino, quando ancora si pensava che in qualche modo si potesse recuperare almeno in parte l’effetto dell’ipossia, per mesi e mesi, ogni giorno, gli ha fatto fare esercizi, mostrato cartelli e declamato il nome dell’oggetto ad alta voce. Mentre io percorrevo faticosamente i mille chilometri che mi portavano dal mio fronte settentrionale a quello dove si stava consumando la disfatta, è andato a comprare vestito, camicia, cravatta e scarpe. Poi, senza mettersi i guanti perché sarebbe stata una mancanza di rispetto, ha vestito mio padre prima che lo mettessero nel feretro. Peppe non ha avuto bisogno di prendersi una laurea per sapere cosa vogliono dire le parole riconoscenza e onore.

Ho pianto per la prima volta e inaspettatamente quando sono partito da casa di mia madre per tornare all’alto servizio a cui il destino mi ha comandato. Stavo guidando e sono passato di fronte alla caserma dei vigili del fuoco. Lì c’erano i manifesti di lutto col suo nome. Mi è venuto in mente quei brevi periodi in cui abbiamo fatto servizio insieme. Lui, che era il capoturno, mi metteva al centralino, ma io prima di passare le assegnazioni all’ufficiale per l’approvazione, mi mettevo di prima partenza perché stare al centralino mi sembrava una cosa da vecchi. Poi, quando c’era l’adunata nel cortile e lui mi chiamava per la prima partenza, faceva la faccia incazzata, ma sentivo che era orgoglioso di me. Allora, piangendo come un bambino piccolo, ho fermato la macchina, sono sceso e ho strappato quei manifesti gettandoli nel baule. Li ho ho buttati a cinquecento chilometri di distanza, in un bidone lungo l’autostrada, dove, per quel gioco di compensazione dovuto alla legge debole dei grandi numeri e al misterioso meccanismo dell’amore, mi è stata offerta un’inattesa consolazione.

 

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari

Oggi ho visto un film con mia figlia e con sua madre. Era un film che parlava del ricordo che si preserva quando le persone si spengono. Un bel film, pieno di luci coloratissime, musica messicana e allegri scheletri danzanti. La vita è una guerra che siamo destinati a perdere tutti, ma non tutte le guerre sono uguali. Si può arrivare alla fine in maniera inconsapevole e staccarsi dal ramo leggeri come una foglia nel pieno dell’autunno. Oppure si può essere costretti a traversare una tempesta dopo l’altra, con la vela che sbatte come un tuono e il mare che ti chiama ad ogni sussulto della chiglia. Rimanere aggrappati alla battagliola fino a farsi sanguinare le mani, non per te, ma per quelli che dipendono dal tuo timone, è una sofferenza che è la somma di senso del dovere, responsabilità e coraggio. Io voglio arrivare alla fine in piedi perché è questo il ricordo che voglio lasciare alla mia bambina.